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Ci divertiremo di più con le macchinine o con le motorette?

Primo Piano
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Hanno accelerato e frenato insieme. Lewis da una parte ha vinto sei degli ultimi sette titoli. Quando ha perso, l’ha lasciato al suo compagno di scuderia che all’epoca era Rosberg. Se ne dovesse aggiungere un altro, molti credono che possa salutarci e godersi la vita. Marc dall’altra ne ha arraffato uno in meno, ma solo perché si è rotto un braccio. Quando ha perso, ha lasciato la corona a due spagnoli come lui, che non erano compagni di squadra e non erano compagni di niente. Il primo regna con una marca tedesca, l’altro sotto bandiera giapponese. Dal 2013 a oggi abbiamo fatto fatica a capire se il dominio di Hamilton sulle quattro ruote fosse più inattaccabile dell’altro di Márquez su due. Per ragioni diverse inizia per entrambi una stagione diversa, almeno in apparenza, almeno oggi così pare. 

In Formula 1 sette squadre hanno sostituito almeno un pilota, tre sono i debuttanti (Mazepin, Schumacher e Tsunoda), uno è al rientro (Alonso). In MotoGP sette italiani tutti insieme non si erano mai visti, attorno alla 26esima stagione di Valentino Rossi. Inoltre s’è riaccesa la voglia in Andrea Dovizioso, e un accordo con la Aprilia si può trovare entro la primavera se si fa vivo uno sponsor.

Hamilton si inginocchierà ancora. Qualunque cosa pensino Bernie Ecclestone e Stefano Domenicali che ne ascolta i consigli. Secondo Zac Brown, ceo della McLaren, dopo l’addio di Lewis, la Mercedes punterà nel 2022 su Verstappen e Russell. Vettel ci ha tolto un pensiero dando il nome alla Aston Martin e chiamandola Honey Ryder, come Ursula Andress nel primo film di James Bond, sperando che non sia sessismo. Ma soprattutto: ci divertiremo di più con le macchinine o con le motorette?

A guardare i grandi numeri del mondo, se i social fossero giudici come nella boxe, si direbbe che la F1 batte la MotoGP con verdetto non unanime. Su Instagram il Mondiale delle auto ha un seguito di 12 milioni e 300 mila persone contro i 10 milioni e 500 mila delle moto. Anche su Twitter vince la F1: 5 milioni e 300 mila persone seguono il suo account contro 2 milioni e 700 mila dall’altra parte. Su Facebook prevale la MotoGP: 16 milioni 173 mila iscritti alla sua pagina contro 10 milioni e 546 mila F1. Certo non è detto che chi segue poi alla fine si diverta. Non tutti, almeno. 

La verità è che gli americani di Liberty Media sanno che su questo punto devono inseguire. Se non proprio il circo di Ezpeleta, almeno gli appassionati in fuga. 

Le Soir scrive che proprio come la F1 anche la MotoGP è sulla soglia di un passaggio di consegne, se Márquez è ancora circondato da incognite e Valentino Rossi vive una sorta di lungo tour d’addio. «Chi farà saltare in aria il gruppo e il pubblico?» si domandano in Belgio.

Il pubblico, appunto. Sei anni fa, nei giorni del duello tra Jorge Lorenzo e Valentino Rossi, addirittura Niki Lauda si diceva disposto ad ammettere con Motorsport che la MotoGP «è la corsa più incredibile che si possa vedere oggi». 

L’equilibrio è il punto sul quale si gioca la partita del seguito e dell’interesse. Lo scorso motomondiale ha avuto nove vincitori di GP diversi, con due Paesi che non c'erano mai riusciti prima (il Sudafrica di Binder e il Portogallo di Oliveira). Sono saliti sul podio 15 piloti sui 26 partiti almeno una volta. Le riforme della F1 vanno in questo verso. I vincitori di GP sono stati cinque nel 2020 con 4 macchine in tutto, sul podio sono andati in 13 su 23, contro gli otto su 20 del 2019. 

I siti specializzati sono pieni di interventi che in questi anni hanno messo in fila le ragioni di chi preferisce la MotoGP alla Formula 1: perché l'uomo conta più del mezzo, perché le parole dei piloti sono più frizzanti («i motociclisti fanno sembrare i piloti dei bibliotecari senza personalità» ha scritto Simon Hancocks su Visor Down), perché c'è l'antipasto di Moto2 e Moto3, perché ci sono più sorpassi, perché si toccano picchi di velocità più alti, perché sono più creativi nei festeggiamenti, a parte la scarpa di Ricciardo.

 

Nella foto, Lewis Hamilton